MARZIA RONCACCI: IL MIO FUTURO È MIO E ME LO GESTISCO IO

da | Feb 21, 2025 | Lifestyle | 0 commenti

MARZIA RONCACCI: IL MIO FUTURO È MIO E ME LO GESTISCO IO

La giornalista e conduttrice di Tg2 Italia Europa presenta il suo libro autobiografico L’invidia del pene edito da Frascati & Serradifalco

a cura di Emilio e Stefano Sturla Furnò

La vediamo ogni mattina in tv su Rai 2 alla conduzione di Tg2 Italia Europa.

Marzia Roncacci, ha iniziato la sua carriera lavorando in radio, come inviata Rds Network e oggi si presenta al pubblico anche nel ruolo di scrittrice con il suo primo libro autobiografico L’invida del pene edito da Frascati & Serradifalco editori, titolo che chiama in causa la teoria di Sigmund Freud legata a quella percezione non corretta le bambine hanno del proprio corpo senza il genitale maschile.

Presentato per la prima volta nella Capitale in occasione di un grande evento al quale hanno partecipato moltissimo volti noti appartenenti al mondo della Cultura e dello Spettacolo, il libro di Roncacci è rivolto – come ha spiegato la giornalista/scrittrice durante la presentazione – soprattutto alle nuove generazioni.

Nel suo racconto, Marzia Roncacci racconta se stessa, i traguardi raggiunti, gli incontri professionali, ma anche la sua vita privata. Se precisa che la sua è la visione di una donna che si è sempre opposta alle discriminazioni di genere, con un punto si vista contro corrente: una donna sbaglia a mascolinizzarsi nella vita professionale, bensì deve credere nelle sue potenzialità ed esaltarle. Il suo motto è volere è potere.

MARZIA RONCACCI: IL MIO FUTURO È MIO E ME LO GESTISCO IO

Abbiamo incontrato Marzia Roncacci negli Studi di Saxa Rubra, al termine della diretta del Tg2 Italia Europa

Ruoli da maschi e ruoli da femmine. Il giornalismo è maschilista?

Il giornalismo non è maschilista. Anzi ci sono molte donne, anche molto brave, professioniste. Mancano, a mio avviso, donne “nelle stanze dei bottoni”. Per intenderci, ai vertici, ancora oggi, la stragrande maggioranza sono uomini.

Nella tv di oggi, le donne sono ancora relegate nel ruolo di personaggio di spettacolo?

No, no. Le donne non sono relegate al ruolo di personaggio dello spettacolo. La televisione di oggi è un mix di un po’ di tutto. Vediamo grandi professioniste, in tutti i campi, come, a volte, può capitare di incappare in donne meno brave e preparate. Ma questo vale per qualunque genere, uomo o donna che sia. Sul lavoro ci si deve confrontare sul campo: o sei un/una brava professionista oppure no. Quindi il genere non fa la differenza.

Le donne che dimostrano maggiori capacità trovano sempre il posto giusto?

No. Non sempre trovano il posto giusto. Ma anche qui, non è una questione di genere, ma di merito non riconosciuto e questo sì, accade troppo spesso.

Mi piacerebbe molto vedere i più bravi, i più meritevoli, i più preparati, andare avanti come treni, anche per dare un messaggio chiaro ai nostri giovani. Invece, in Italia, ancora non è così, e il messaggio che passa, a volte è: se sei più furbo o più raccomandato emergi.

E questo meccanismo non mi piace e non l’ho mai approvato e tantomeno attuato. Ho sempre studiato molto (ancora oggi studio), lavorato molto, conquistandomi tutto quello che ho raggiunto con grande caparbietà, volontà, costanza e determinazione.

Ci sono dei passaggi, nelle pagine del mio libro “L’invidia del pene” in cui racconto molto bene la mia gavetta. E’ fondamentale per un giornalista, ma anche per le altre professioni. L’”improvvisazione” e il “pressappochismo” non mi piacciono.

La radio, il trampolino che l’ha fatta conoscere.

La radio è il mio primo grande amore. Ricordo che sostenni l’esame per diventare giornalista professionista, proprio sul linguaggio della radio, completamente diverso.

La radio è un mezzo “intimo” e, come mi diceva sempre il grande Gianni Bisiac, “non ha paracaduti”, ovvero non ha le immagini, come la tv, quindi la parola assume tutto il suo significato e il radioascoltatore è molto più attento del telespettatore che spesso si fa fagocitare dalle immagini.

Sulla base di queste indicazioni, ho iniziato in radio, dove ho imparato a pesare ogni parola, ad avere ritmo, che non significa velocità ma dinamismo. In radio “la palla non deve mai cadere per terra”, facendo un esempio con la pallavolo.

Ho cominciato con radio locali, poi sono passata al network più importante in Italia, a Radio Dimensione Suono, alle News, dove ho fatto veramente la gavetta, correndo dietro ai politici di quel tempo, come Andreotti, Craxi, Fanfani, per una breve battuta e poi i fatti di cronaca, come il rapimento Soffiantini, 50 giorni senza dormire, giorno e notte, per non perdere nulla degli avvenimenti, e ancora il terremoto umbro-marchigiano., partii per restare 4 giorni, stetti lì 30 giorni, diventando amica delle famiglie evacuate, dei militari che allestivano tendoni di emergenza. Insomma il giornalismo “on the road”, quello vero.

Nel suo libro afferma che la televisione è la sua “meta finale”. Perché?

La televisione non è la mia meta finale, potrebbe esserlo per molti. Io sono felice di lavorare in televisione, ma per me l’approccio delle mia professione non cambia se si tratta di radio o di Tv. La preparazione è fondamentale, per non fare magre figure e per la credibilità.

Il telespettatore è molto più attento di quanto si possa pensare.

Non ho mai sottovalutato il mio pubblico, gli ho sempre portato rispetto. In che modo? Usando un linguaggio chiaro, sono naturale, senza spettacolarizzazione, senza enfatizzare, ma dando la notizia così come è.

Questo mio modo è apprezzato dal telespettatore. Quindi credo che sia sicuramente un meta importante per la mia professione e magari potrebbero arrivare delle novità.

 Maurizio Costanzo, Vittorio Gassmann … interviste a tanti grandi nomi. Un ricordo sugli incontri più importanti.

Costanzo, Gassman, Mike Bongiorno, Andreotti, Pavarotti, Sophia Loren, una lista infinita. Quando mi sedevo accanto a loro, era chiara la sensazione della grandezza di questi personaggi, mai banali nelle loro risposte, riflessivi, attenti a non dire sciocchezze.

Ma aldilà dei grandi, mi porto dietro un grande bagaglio della gente comune che ho incontrato quando ero inviata per fatti ed eventi importanti.

Ricordo il fallimento della Grecia, con la Troika, quando chiusero al tv pubblica, la Ert Televison, come fosse la nostra Rai, dove c’erano lavoratori disperati che per mesi hanno dormito su una coperta buttata a terra davanti ai cancelli della tv, i negozianti, costretti ad abbassare le serrande davanti al negozio senza sapere come sbarcare il lunario.

E la mia missione economica in Arabia Saudita, con i ministri di quel periodo, con l’aereo di Stato, dove incontrai i sovrani arabi, dove le mie dirette imponevano di indossare l’abaya, i miei tentativi di strappare qualche battuta alle donne ma quasi impossibile.

E l’incontro, informale, con la mamma dio Denise Pipitone, emozionante. Ma tanti tanti episodi, ricordi, esperienze, che mi porto dentro e fanno di me una giornalista attenta e mai distratta.

Quanto conta l’intraprendenza?

L’intraprendenza conta molto. Serve essere determinati e avere un po’ la faccia di bronzo, quando serve. L’obiettivo va raggiunto. Il lavoro per una donna rappresenta anche indipendenza dal proprio compagno, dal marito.

Quanto è difficile essere madre attenta quando si sta costruendo la propria strada professionale?

Essere madre significa avere delle responsabilità precise. Io ho sempre sentito fortemente questo senso, essendo anche molto giovane. Sono diventata mamma all’età di 21 anni.

Volevo un figlio che crescesse con me e così è stato.

Con tante difficoltà, non posso negarlo. A volte, non potendo fare altro, lo portavo con me all’università.

Quando ho cominciato a lavorare in Radio, alle news come giornalista, mi ero fatta mettere ai turni di notte.

Tanti sacrifici, ma rinunce poche. Non ho mai perso di vista i miei obiettivi, specialmente quelli professionali, dedicando più tempo possibile a mio figlio. Per lui volevo fosse, diventasse un ragazzo autonomo e con una personalità definita e non un “bandiera al vento”.

Siamo cresciuti insieme, ho fatto sport acquatici con lui, mentre studiavo per gli esami universitari, mettevo Vittorio nel box accanto ame, gli davo fogli e penna e lui scarabocchiava sentendosi grande perché vedeva me che scrivevo.

Insomma una esperienza bellissima diventare mamma. Non facile quando hai tutto da costruire davanti a te, fondamentale è l’aiuto della persona che hai accanto, del papà. Per me lo è stato.

Ha ideato uno slogan tutto suo: “Il mio futuro è mio e me lo gestisco io.

Uno slogan un po’ forte, anche sopra le righe per certi versi, ma è incisivo al fine di rendere chiara la mia volontà. Nel bene o nel male, sono io, Marzia ad essere l’unica responsabile delle mie scelte.

Nel suo libro racconta la forza dell’amore verso un figlio. Un amore profondo che ha mantenuto salda la sua famiglia.

Racconto di mio figlio e del ruolo che ha avuto all’interno della famiglia, perché è stato l’elemento di unione in situazioni delicate, in cui avrei potuto mandare all’aria tutto. Il mio senso di responsabilità nei suoi confronti non me lo ha permesso.

Nei giochi di bambina voleva essere Madamadorè. Essere al centro del gioco consente un punto di vista più ampio e completo?

Nei giochi da bambina volevo essere al centro dell’attenzione. E’ vero. Però lo ero sempre in modo costruttivo. Mi spiego, intanto ero spesso io l’ideatrice del gioco e poi ci tenevo che partecipassero tutti i presenti e quindi facevo da collant.

Questo mi ha permesso di essere amata dalle mie compagne di classe, sebbene fossimo alle scuole elementari.

Nel suo raccontare Marzia, sottolinea più volte di non aver mai provato “l’invidia del pene” e di aver vissuto fin da piccola una rivoluzione. Cosa intende?

Non ho mai avuto l’invidia del pene, in senso freudiano. Non ricordo di aver mai detto o pensato “ah quanto avrei voluto nascere maschio”. Mai. Non ne ho mai fatto una questione di genere.

Certo è che quando mi trovavo difronte a situazioni in cui subodoravo qualche minima sopraffazione maschile, la mia reazione era ed è a pelle. Arriva subito e immediata. Piccole rivoluzioni, nella mia quotidianità, ecco perché piccole.

Proprio dedicato all’universo femminile, sono entrati nel vocabolario – attraverso il giornalismo – nuovi termini di uso quotidiano: ad esempio, femminicidio, stalkerare.

Ancora dobbiamo fare quel passo culturale importante in cui l’uomo e la donna, sono uguali (n.d.r. Roncacci scandisce le sillabe della parola) sotto molti profili. Intendo uguali, nei diritti, nel rispetto, nella considerazione, non certo nel senso di omologazione.

Anzi, le prerogative, del maschio e della femmina, sono diverse e devono essere rispettate in questa diversità. A proposito di linguaggio, sentiamo spesso parlare di “omicidio passionale”, che cosa c’è di passionale in un omicidio nei confronti di una donna che si ama???

Purtroppo, io credo che malgrado i grandi e sostanziali passi in avanti che ha fatto la donna nella società, ancora ci sono molti retaggi culturali che l’uomo si porta dietro e non gli permettono di accettare l’autonomia di scelta della donna.

Bisogna lavorare sugli uomini, devono rendersi conto che la donna deve essere rispettata. Punto.

Perseveranza, talento … perché le donne fanno ancora più fatica degli uomini per affermarsi in ambito professionale?

Sono prerogative che gli esseri umani hanno. Non si tratta di essere uomo o donna, maschio o femmina. La donna fa più fatica perché ha raggiunto i suoi diritti (penso al voto!) molto più tardi degli uomini e questo comporta un “ritardo” inevitabile.

Penso che oggi la donna abbia raggiunto importanti risultati nel mondo del lavoro, trovo però che per raggiungere posti apicali sia ancora complicato. Sono ottimista. Riusciremo presto.

 Per fare carriera è necessario mascolinizzarsi?

Mascolinizzarsi, il vero spunto del mio libro nasce proprio da qui.

A volte, la donna, ancora oggi, assume comportamenti maschili per essere più credibile, più forte, più accettata nel mondo del lavoro. Io ad esempio, ho fatto questo errore, ad un certo punto della mia carriera, e vi assicuro, non sono l’unica.

Ma è sbagliato, sbagliatissimo. La donna ha delle prerogative innate che deve usare e anzi sfruttare e metterle a disposizione della società in cui vive, da quella famigliare a quella lavorativa.

Scimmiottare un uomo non serve. Una donna, come un uomo, non hanno nulla da invidiare all’altro sesso.

Alla fine del suo libro è presente un’appendice con molte voci.

Sono poche pagine, ma sono testimonianze di esperti che definiscono il mondo femminile sotto diversi aspetti, quello cinematografico, musicale, televisivo, manageriale.

Una donna che ricorda spesso nel libro: Anna Magnani? In cosa era unica la nostra diva.

E stata una donna attrice che ha conquistato tutto con le unghie. Non era bellissima, ma molto accattivante.

Decisa, determinata, a volte fragile. Ha dovuto affrontare un “diritto di famiglia” che a quei tempi attribuiva tutti i figli nati da donna sposata ancorché separata, sono attribuiti alla paternità del marito.

E Anna Magnani riuscirà a dare il suo cognome al figlio. Ancora oggi è considerata un’eroina della rivoluzione femminile.

Nonno Angelo, il suo mentore.

E’ stato per me una figura fondamentale nella mia crescita. Come tutti quattro i miei nonni. Presenze importantissime per la crescita di ognuno di noi. Io sono stata molto fortunata ad aver conosciuto e vissuto tanto con i nonni.

Angelo, in particolare, mi ha insegnato a guardare sempre avanti, ad avere una visione della e nella vita. Mai girare a vuoto, ma avere degli obiettivi. E così è stato per me. Severo ma intelligente.

Visionario ma uomo di basso profilo. Sempre aggiornato su tutto e con uno spiccato senso critico. Amante della vita e coinvolgente. Per me un grande esempio.

Organizzazione shooting: ESF Comunicazione

Photo: Melissa Fusari

Location: Leon’s Hotel – Roma

 

 

 

 

 

 

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